Una donna su mille si è rivolta ad un CAV

Una donna su mille si è rivolta ad un CAV

 

https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/10/30/41384/

 

Nel 2017 una donna su mille si è rivolta a un centro antiviolenza (43.467 donne cioè 15,5 ogni 10 mila) e due su tre di loro – 29 mila – sono state prese in carico, cioè hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, con percentuali più alte al nord rispetto a sud e isole. Tra le donne che hanno iniziato tale percorso, il 63,7% ha figli e il 27% è straniera.

 

Comunicazione ondivaga.

“si è rivolta” vale ha dire che ha telefonato, o comunque ha contattato il CAV, ma a quale scopo? In una precedente analisi dei dati

https://stalkersaraitu.com/i-conteggi-di-telefono-rosa-come-quelli-sul-femminicidio/

abbiamo rilevato come la maggior parte delle chiamate al 1522 fossero – per dichiarazione delle stesse operatrici – scherzi telefonici, persone che hanno sbagliato numero, richieste di informazioni generiche, etc …. Su 9.000 contatti erano 1.970 le donne che dichiaravano di aver subito una qualche forma di violenza, il resto erano telefonate per motivi diversi.

Sempre nell’analisi citata (fonte: call center 1522) a fronte di 9.000 contatti si avrebbero poco meno di 400 percorsi iniziati, ma senza alcuna documentazione sul follow up.

 

Ora l’articolo de Il Sole 24 ore cita numeri più importanti, oltre 43.000 contatti, e ci dice che circa 29.000 donne “hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza”, ma ancora una volta non vi sono dati su quante lo abbiano portato a termine.

Inoltre circa un terzo delle chiamate arriverebbe  da “donne straniere”, altro dato privo di caratteristiche certe. La dicitura generica “straniera” potrebbe riferirsi alla clandestina senegalese, alla richiedente asilo siriana o alla rifugiata etiope, ma anche alla nigeriana sposata ad un anziano per ottenere la cittadinanza, alla olandese in vacanza con le amiche  o alla cittadina americana in Italia per l’Erasmus.

Quindi che quasi il 30% delle telefonate provenga da straniere è un’informazione fumosa, ma utile da incrociare con un altro dato: il 48% dei CAV offre la mediazione linguistica. Ah, ecco.

Comunque è un dato da tenere in considerazione poiché non è rappresentativo dello spaccato sociale:  le persone straniere – comunitarie e non – sono lontane dal rappresentare il 30% dei residenti in Italia.

Riassumendo: circa 20.000 donne italiane iniziano un percorso di uscita dalla violenza, non ci sono dati su quante effettivamente lo portino a termine.

Non è un dettaglio da poco, è la differenza che passa fra l’aleatorietà di una denuncia e la concretezza di una condanna: così come la mera denuncia non è certezza di condanna, allo stesso modo l’inizio di un percorso non è certezza di come detto percorso venga portato a termine e nemmeno se venga portato a termine.

 

Quanti sono i CAV, ma soprattutto, quale utenza servono?

Sempre pochi, la richiesta di fondi è costante, servono soldi per aprire nuovi centri, rifinanziare quelli già esistenti, formare personale specializzato

 

Troppo pochi centri, rispetto a quel che dice la legge

In questi giorni, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO), il CNR e le Regioni, l’Istat ha condotto la prima indagine sui servizi offerti dai 281 Centri antiviolenza (CAV) italiani rispondenti ai requisiti dell’Intesa Stato -Regioni del 2014. Dall’analisi emerge nettamente che ancora non ci siamo. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un centro antiviolenza ogni diecimila abitanti, mentre oggi in Italia la proporzione è pari a 0,05 centri per 10 mila residenti. Va precisato che ci sono 106 Centri e servizi antiviolenza che non aderiscono all’Intesa Stato-Regioni.

 

Proviamo a capire meglio.

Allora … la più volte invocata Convenzione di Istanbul non dice che esclusivamente le donne possano essere vittime di violenza domestica, e nemmeno che le misure di prevenzione e supporto debbano essere esclusivamente rivolte ad un’utenza femminile.

Già nel preambolo la Convenzione, pur evidenziando la maggiore vulnerabilità di donne e ragazze rispetto agli uomini, riconosce la violenza di genere anche verso vittime maschili.

 

 

Oltre all’esistenza della violenza di genere sugli uomini, riconosce anche le vittime maschili di violenza domestica, benché sottodimensionata[1]rispetto al modo “sproporzionato” in cui colpisce le donne.

Il riconoscimento delle vittime maschili di violenza domestica è un passaggio fondamentale, introdotto già nel titolo che potrebbe sembrare ultroneo

 

L’esigenza di aggiungere la violenza domestica alla violenza nei confronti delle donne nasce dal riconoscimento che lo status di vittima non è esclusiva femminile, e torna in ogni articolo successivo

 

 

Concetti presenti più volte anche nell’articolato

 

Quindi la discriminazione di genere può interessare entrambi i generi poiché il termine non identifica esclusivamente il genere femminile, la stessa Convenzione parla di donne e uomini.

Concetto ribadito anche successivamente

 

 

qualsiasi persona fisica”, tale espressione include chiunque,  ne deriva che anche gli uomini possano essere vittime.

 

Le parole hanno un senso, a maggior ragione hanno un senso i termini utilizzati in qualsiasi regolamento, normativa, convenzione: “tutelare il diritto di tutti gli individui e segnatamente delle donne “ non vuol dire tutelare il diritto esclusivamente delle donne.

Segnatamente è sinonimo di “con particolare attenzione”, e la particolare attenzione ad una categoria di individui non può avere l’effetto di cancellare tutte le altre.

Ma nella pratica è esattamente ciò che è accaduto: nonostante la Convenzione non dica che i CAV debbano essere esclusivamente rivolti ad un’utenza femminile,  non esiste in Italia un solo centro antiviolenza, un solo sportello d’ascolto, una sola casa protetta finanziata con fondi pubblici per accogliere uomini vittime di violenza, da soli o con prole.

Si continua a dire che servono maggiori fondi per contrastare la violenza “di genere” come se fosse unidirezionale, tacendo sulla violenza verso il genere maschile per il cui contrasto non viene stanziato un solo euro di fondi pubblici.

La violenza non è unidirezionale, quelle che sono unidirezionali sono invece le misure di contrasto, le strutture ed i fondi per finanziarle.

Un concetto singolare di pari opportunità.

La Convenzione di Istanbul, almeno in Italia, viene propagandata come uno strumento ad esclusiva tutela delle donne e non come ciò che realmente è, vale a dire uno strumento per tutelare ogni individuo da qualsiasi tipo di violenza, con particolare attenzione alla violenza contro le donne.

Il fattore numerico è irrilevante ai fini della definizione di un principio. Probabilmente le vittime femminili  di violenza domestica nel mondo saranno più di quelle maschili, ed infatti il “segnatamente” serve a sollecitare un’attenzione particolare, ma non vuol dire che le vittime maschili non esistano, come non esistano vittime anziane, disabili, omosessuali, minorenni.

Dovrebbe essere chiaro che, parlando esplicitamente di “tutti gli individui”, la Convenzione non può escludere chiunque non sia donna.

 

Torniamo ai numeri dei CAV.

Ne operano 281 entro i requisiti ISR 2014 ed altri 106 fuori requisiti, tutti settati per l’accoglienza esclusivamente a donne vittime di violenza,

Pertanto quasi 400 CAV dovrebbero servire l’utenza femminile, quindi circa la metà della popolazione.

Però la percentuale deficitaria dello 0.05 è calcolata sull’intera popolazione residente; ergo, l’utenza maschile non esiste al momento di prevedere e finanziare misure di supporto, ma ricompare al momento di quantificare la carenza di strutture dedicate alle donne.

Alla discriminazione ideologica suprematista conviene ragionare in questi termini, fa sembrare carente per metà della popolazione ciò che per l’altra metà è inesistente.

 

Ultimo estratto dall’articolo de Il Sole, significativo per comprendere le ricadute sociali di una interpretazione distorta ed unidirezionale della Convenzione.

 

Il 34% dei centri censiti sono i cosiddetti “Centri storici”, grandi e che si occupano esclusivamente di violenza da più di tredici anni. Offrono una pluralità di servizi, svolgono attività di prevenzione e informazione presso le scuole e di formazione alle forze dell’ordine, agli avvocati e agli ordini professionali.

 

Dalla diffusione di centinaia di CAV female oriented, contrapposta alla totale assenza di CAV per l’altra metà della popolazione, nasce un condizionamento mediatico, culturale ed anche concretamente operativo.

I corsi di formazione per avvocati, forze dell’ordine ed ordini professionali (giornalisti? pscicologi? medici? altro?), fino a quando verranno svolti esclusivamente da operatrici dei CAV female oriented, non contempleranno mai una informazione a 360° sulla violenza subita anche dagli uomini.

Ne risulta una percezione diffusa, nonché distorta, che il fenomeno “violenza” non sia un costrutto ampio e complesso da studiare a prescindere dal genere di autori e vittime, ma sia un fenomeno che identifica i ruoli stereotipati della donna/vittima contrapposta all’uomo/carnefice.

Contrariamente a quanto dice proprio la Convenzione di Istanbul.

[1] La letteratura scientifica dice altro: Javier Alvarez Deca – LA VIOLENCIA EN LA PAREJA: BIDIRECIONAL Y SIMETRICA

Analisis comparativo de 230 estudios cientificos internacionales – Editado por la Asociación para el Estudio del Maltrato y el Abuso (AEMA), Madrid, 2009 “Esta obra está basada en el análisis comparativo de 230 estudios internacionales que, a diferencia de los estudios de género, no parten de dar por supuesta la conclusión a la que pretenden llegar, sino que con criterio científico buscan la objetividad y el rigor.”

DR. FABIO NESTOLA