SEGUI L’AMANTE DEL TUO LUI? E’ UN REATO

Pedinare insistentemente e fastidiosamente l’amante del marito integra reato di molestie. Così ha deciso la Cassazione (sentenza n. 11198/2020) confermando la condanna nei confronti di una moglie per il reato ex art. 660 del codice penale per aver ripetutamente seguito la donna che aveva allacciato una relazione sentimentale extraconiugale con il marito.

No allo stalking sì alle molestie
L’imputata aveva ripetutamente molestato la vittima pedinandola e inviandole sms ingiuriosi e minacciosi. Questi i fatti contestati. Così in primo grado la signora veniva condannata per stalking. Il giudice di secondo grado tuttavia riformando in parte la sentenza mutava l’imputazione nei termini di cui all’art. 660 c.p., ritenendo non provato un mutamento delle abitudini di vita della vittima e che il tentato suicidio messo in atto dalla stessa non fosse ricollegabile alle molestie subite bensì alla decisione dell’uomo di riprendere la convivenza coniugale.

Il ricorso in Cassazione
Non soddisfatta la moglie adiva il Palazzaccio, smentendo di aver inviato sms (a suo dire fatto già provato dai tabulati telefonici) e lamentando la sussistenza del reato ex art. 660 c.p., giacchè in assenza degli sms, i pretesi pedinamenti, non interferenti con l’altrui vita privata difetterebbero del requisito della petulanza.
Mancherebbe dunque a suo dire l’elemento oggettivo del reato.
La donna si doleva anche della violazione dell’art. 131-bis c.p. in ordine all’esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

La decisione
Per gli Ermellini, però, il ricorso è manifestamente infondato e va dichiarato inammissibile.
È vero che la condotta dell’imputata non integra il più grave reato di atti persecutori ex art. 612-bis c.p., ricordano preliminarmente, ma il reato di molestia o disturbo alle persone può ben ritenersi integrato anche “da una condotta consistente nel seguire insistentemente la persona offesa o il suo veicolo, in modo da interferire nella sfera di libertà di lei e da arrecarle fastidio o turbamento” (cfr. Cass. n. 18117/2014). E la condotta, “necessaria e sufficiente alla consumazione del reato meno grave, quale quello ex art. 660 c.p., ossia, almeno, gli insistiti pedinamenti, per un ambito temporale ristretto rispetto all’imputazione ma comunque significativo, e il loro carattere invadente e infastidente – emerge ineccepibilmente dalla sentenza impugnata”.

Quanto all’esclusione della causa di non punibilità ex art. 131-bis c.p., dichiarano infine da piazza Cavour, questa è motivata in modo logicamente compiuto “con il richiamo all’insistenza e durata delle molestie, e al danno morale arrecato, e il relativo apprezzamento non si presta, in tutta evidenza, a censure di legittimità”. Da qui la declaratoria di inammissibilità e la condanna della moglie al pagamento delle spese processuali oltre a 3mila euro in favore delle cassa delle ammende.