Lo stalking al femminile: quando il reato non è una questione di genere

 

Il fenomeno dello stalking viene descritto dalla scienza sociologica come un comportamento assillante ed invasivo della vita altrui, che viene realizzato  attraverso la reiterazione insistente di condotte intrusive, quali telefonate, appostamenti e pedinamenti fino a condotte che si configurano come reati veri e propri: minacce, ingiurie, aggressioni fisiche e danneggiamenti. Uno stalking persistente può  durare settimane, mesi o addirittura anni e provoca quasi sempre danni psicologici e sociali  alla vittima. Lo stalker, infatti, avverte la necessità spasmodica di controllare l’oggetto dei suoi pensieri, uomo o donna che sia,  in quanto lo considera un bene personale. Il soggetto che presenta questo tratto  di personalità  riserva alla sua vittima una serie di attenzioni che inizialmente appaiono normali  e lusinghiere, ma che in un ristretto lasso temporale diventano assillanti e fastidiose per il malcapitato. In questi casi si rende necessaria una richiesta di aiuto alle autorità competenti.

I dati statistici riferiscono che il 55%  dei casi di stalking avviene all’interno di relazioni di coppia, ad opera di ex partner. Solo nel 5% dei casi, invece, il fenomeno avviene all’interno dei nuclei familiari ad opera di figli, fratelli o genitori mentre nel 15%  si manifesta sul posto di lavoro. Fino all’approvazione del Decreto Legge 23 febbraio 2009  n.11, che riporta misure contro gli atti persecutori ed introduce la nuova figura di reato, approntando validi strumenti di tutela giudiziaria e stragiudiziale in favore della vittima, i comportamenti persecutori erano inquadrati come molestie (art.660 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.) o ancora come minacce (art. 612 c.p.). Con il D.L. 23 febbraio 2009, n.11 le condotte tipiche dello stalking si configurano  come reato di “atti persecutori” (art. 612-bis c.p.).

Il confine tra corteggiamento e stalking, all’inizio, può essere impercettibile, ma   diventa significativo quando limita la “libertà morale” della vittima, ponendola in condizione di allerta per la paura di pericoli  imminenti. Di solito gli stalker agiscono per recuperare il rapporto precedente o per vendicarsi di essere stati lasciati.

Alcuni mettono in atto tali comportamenti disfunzionali con l’intenzione di instaurare una relazione sentimentale  perché incontrano gravi difficoltà nell’intraprendere un rapporto affettivo. Gli esperti ritengono che il quadro clinico dello stalker sia piuttosto complesso, caratterizzato dalla coesistenza di uno o più disordini mentali

(disturbi ossessivo-compulsivo, discontrollo degli impulsi, depressione), inseriti in  disturbi di personalità tipici, quali il disturbo narcisistico o borderline di personalità.

Secondo gli studiosi Harmon, Rosner e Owens si può operare una classificazione  di stalker in funzione della natura del legame con la vittima. Si ha, quindi, lo stalker con uno stile di attaccamento “affettivo-amoroso” che inizia lo stalking per instaurare un rapporto affettivo, le cui emozioni si trasformano in ira dopo il rifiuto e quello con uno stile di attaccamento “persecutorio-irato” che si presenta in seguito ad un maltrattamento o ad un’offesa, reale o immaginata. Quest’ultimo solitamente avviene  nel contesto lavorativo.

Il comportamento persecutorio avviene con comunicazioni indesiderate attraverso l’uso del telefono, lettere, sms, e-mail, murales, pedinamenti, visite a casa o sul posto

di lavoro. L’impiego del computer e la navigazione su Internet hanno offerto un nuovo canale attraverso cui molestare l’oggetto delle proprie attenzioni attraverso il   fenomeno conosciuto come cyberstalking o stalking telematico.

Circa l’80% dei casi conosciuti vedono  come carnefici soggetti di sesso maschile secondo il più comune stereotipo di genere. In realta’, dalle ricerche condotte al riguardo  emerge che anche le donne possono mettere in atto una campagna di stalking verso una persona del sesso opposto o  nei confronti di un’altra donna.

Tra gli aspetti interessanti degli studi effettuati rispetto al genere  di appartenenza  accade  che la probabilità di atti lesivi agiti è maggiore se lo stalker è  un uomo  e la vittima appartiene al genere femminile e  che agli uomini vittime di persecuzioni  viene attribuita  una maggior responsabilità dell’accaduto.

Inoltre si crede che il sesso maschile abbia una maggiore capacità di fronteggiare lo stress derivante da tale condizione. Un altro dato interessante riguarda la durata dello stalking: sembra che il fenomeno al femminile presenti maggiori casi all’interno del range  di tempo dai  2 mesi ai 20 anni, durata maggiore rispetto a quella degli uomini.  La causa di ciò  potrebbe riscontrarsi nella maggior tenacia da parte del genere femminile nei confronti dell’uomo. Tra l’altro, effettuare una  denuncia per stalking  non è  per niente facile e il più delle volte non si ha voglia di avviare procedimenti giudiziari. La  vittima preferisce, dunque, tralasciare e minimizzare la questione. Inoltre   un uomo  difficilmente  denuncia lo stalking attuato nei suoi confronti da una donna  e tende a tacere per vergogna e  paura di non essere creduto o di essere addirittura ridicolizzato.

Nel 2012, a sostegno del mancato riconoscimento degli uomini in qualità di vittime, Langhinrichsen-Rohling  sostiene che la violenza femminile è più accettabile di quella maschile in quanto il genere femminile viene riconosciuto come sesso debole, quindi socialmente meno pericoloso. In ogni caso, le conseguenze dello stalking si verificano  in entrambi i generi sessuali di appartenenza.

Il fenomeno, infatti, incide  in modo significativo sul benessere psicofisico  della vittima  e comporta conseguenze differenti tra loro a seconda dell’intensità e gravità degli atti persecutori subiti, ma anche della sensibilità e del carattere della vittima.

Infatti, indipendentemente dal genere,  il soggetto che  subisce  stalking  sperimenta numerose  sensazioni a livello psicologico ed emozionale che vanno dalla paura     all’ansia, alla  rabbia, ai sensi di colpa e vergogna sino all’ impotenza e alla disperazione.

Dott.ssa Alessandra Bisanti

Psicologa clinica,  Mediatrice Familiare,  Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ad indirizzo Neuropsicologico,  sezione  Distrettuale  ANFI  Lecce.