“La sinergia professionale nelle situazioni di crisi familiare”

 

La famiglia è intesa come un gruppo di persone affiliate tra loro da legami affettivi o consanguinei e riconosciuti dalla legge attraverso il matrimonio, unione civile, convivenza o adozione. Accade che, nell’arco della vita matrimoniale, la famiglia si trovi ad affrontare un periodo di conflittualità. La crisi familiare può essere caratterizzata da differenti motivazioni o fattori  interni o esterni al nucleo familiare. I fattori interni possono essere classificati in difficoltà relazionali tra i componenti o tra la coppia, difficoltà economiche, problematiche di salute, diversità o incomprensioni caratteriali. I fattori esterni possono essere la rete amicale, terze persone che si intromettono  nella coppia e altri fattori esterni al rapporto di vita familiare. Tutto ciò può portare all’amplificazione degli stati d’animo dei componenti generando conflitti irreparabili. Quando la famiglia è ufficialmente in una fase di crisi insanabile è opportuno che la coppia si rivolga ad un professionista specializzato nel settore di mediazione familiare o coordinazione genitoriale oppure ad  altri professionisti del sociale, esperti di problematiche e crisi familiari. La figura del mediatore è  spesso richiesta anche dal giudice in fase di separazione e ha lo scopo di alleviare o sanare il conflitto esistente. Durante la presa in carico del caso risulta fondamentale una collaborazione professionale tra i vari attori coinvolti. In un contesto  in cui sono presenti diversi professionisti, la sinergia professionale rappresenta l’ opportunità di raggiungere in tempi rapidi l’obiettivo prefissato. Ciò avviene solo quando si realizza un lavoro di squadra  che produce  un risultato migliore rispetto a quando si decide, in maniera  del tutto egoistica,  di lavorare in autonomia per il raggiungimento del medesimo obiettivo. Per un assistente sociale il lavoro di sinergia è fondamentale. Ad esempio, collaborare con i  legali consente di evitare un maggiore conflitto all’interno della coppia; operare in sinergia con gli psicologi ed altri professionisti del sociale consente di cogliere sfumature e  problematiche che diversamente non riuscirebbero ad emergere. In questo modo si delinea un  quadro dettagliato  della situazione e diventa più semplice perseguire gli obiettivi stabiliti. Le forme di sostegno alle coppie in fase di separazione possono essere attivate, oltre che  attraverso il ricorso ad avvocati e psicologi,  anche mediante l’intervento di  servizi alla famiglia, consultori familiari, associazioni di volontariato e centri per le famiglie. L’importanza della rete fa sì che il processo di separazione e l’aspetto relativo all’educazione dei figli non siano delegati esclusivamente alle coppie genitoriali o alle risorse primarie. Le reti informali esterne costituiscono, infatti, il terreno più fecondo di risorse per la famiglia in crisi. I servizi di mediazione familiare, ad esempio, sono i più conosciuti e diffusi tra quelli formalizzati rivolti alle coppie in fase di separazione. Essi rappresentano uno spazio fisico, “simbolico” e neutrale di incontro, negoziazione e dialogo tra le parti che vengono coadiuvate da una “terza” persona,  non coinvolta nel conflitto. Tale figura consente ai genitori di recuperare l’equilibrio e le funzioni educative e relazionali alterate dalla separazione.

La terza persona, che funge da mediatrice obiettiva e neutrale, può aiutare i coniugi a ripristinare una comunicazione accettabile ed a stabilire un accordo che duri nel tempo. In questo modo la coppia, in fase di separazione o già separata, raggiunge un accordo sulle decisioni da prendere e  persegue l’obiettivo della cogenitorialità. Il percorso di mediazione familiare dimostra che è possibile e necessario trovare modalità relazionali funzionali ed adeguate per restituire agli ex coniugi la  necessaria competenza a svolgere le loro funzioni genitoriali. Questo obiettivo è finalizzato al raggiungimento dell’accordo sulle questioni relative ai propri figli ed alla salvaguardia  della dimensione  dello sviluppo psicologico, sociale ed affettivo degli stessi.

Ogni volta che ci si interroga sui motivi che spingono le persone a porre fine ad un rapporto di coppia, le risposte tendono a sottolineare i motivi di insoddisfazione, i rancori e le delusioni accumulati nel corso del tempo, la scoperta di inganni o di tradimenti, il distacco affettivo, la perdita di interessi comuni. Tuttavia, questi elementi non sono sufficienti a rendere conto di un aspetto centrale ed indispensabile di ogni separazione: quello relativo all’atto decisionale, all’emergere della scelta definitiva di porre fine ad un rapporto. Da diversi studi, emerge che non c’è una correlazione diretta tra senso di insoddisfazione e decisione di separarsi, tra rancore per torti subiti, delusione per aspettative irrealizzate e determinazione a concludere il rapporto coniugale. Gli elementi fondamentali che lo psicoterapeuta deve considerare nel momento in cui prende in carico la coppia nel processo di separazione sono anzitutto le “radici” della separazione e la “decisione” di separarsi. A partire da questi due aspetti che riguardano la storia del rapporto e il momento della sua conclusione, lo psicoterapeuta si occuperà di valutare le fasi immediatamente successive all’evento, caratterizzate dalle dinamiche tipiche della crisi e dalla necessità di risposte adattive allo stress. Infine, l’attenzione sarà dedicata alla dimensione processuale della separazione, alla sua gestione nel tempo ed ai tipici schemi interattivi che vengono adottati rispetto alla progressiva ridefinizione delle immagini personali e alla riorganizzazione delle relazioni familiari. Da questo punto di vista, la prospettiva psicologica sottolinea, da un lato, la funzione che il rapporto di coppia svolge nell’ambito del processo di definizione dell’identità personale e, dall’altro, descrive i meccanismi relazionali attraverso i quali si sviluppa questa funzione, evidenziando le possibili disfunzionalità che innescano situazioni di crisi del rapporto. Al tempo stesso,  questa prospettiva guarda alla separazione come evento che segna la necessità di una rielaborazione della propria identità e la parallela necessità della ridefinizione e della riorganizzazione delle relazioni familiari, proponendo una visione processuale ed elaborativa della separazione come “divorzio psichico”.

In merito all’importante valore legato al lavoro di squadra tra le diverse categorie professionali si è espresso il Consiglio di Stato con il parere, n. 2670 del 2015, che tratta dell’ individuazione delle categorie di liberi professionisti che possono aderire ad associazioni con avvocati, secondo quanto disciplinato dal nuovo ordinamento della professione forense.

Occorre precisare che l’art. 4, comma 1, L. 31 dicembre 2012 n. 247, consente che la professione forense possa essere esercitata con la partecipazione ad associazioni tra avvocati ovvero con “altri liberi professionisti appartenenti alle categorie da individuarsi con regolamento da adottarsi da parte del Ministro della Giustizia”. La finalità appare evidente: si vuole consentire di offrire ai propri assistiti prestazioni a carattere multidisciplinare pur dovendo assicurare, sempre e comunque, che la partecipazione ad un’associazione non pregiudichi l’autonomia e l’indipendenza intellettuale e di giudizio del professionista nello svolgimento dell’incarico ricevuto.

Nell’elaborare lo schema di decreto, il Ministero ha ritenuto opportuno recepire l’indicazione proveniente dal CNF e prevedere “l’apertura in favore di tutte le professioni organizzate in ordini e collegi, in modo da non escludere a priori ogni possibile forma di sinergia, nel contempo consentendo alla categoria professionale forense di entrare in contatto con settori e “mercati” in grado di fornire, anche in un’ottica futura, nuovi spazi di azione e margini di collaborazione utili ad innalzare il livello qualitativo del servizio complessivamente fornito al cliente“.

Prosegue il Collegio, affermando che potrebbe generarsi il dubbio “che venga istituita una nuova tipologia associativa, peraltro non prevista dalla legge di riferimento, la quale si limita a prevedere la possibilità per le diverse professioni di accedere alle associazioni tra  professionisti forensi“. Pertanto, sarebbe preferibile fare riferimento alle sole “associazioni”, da intendersi quelle “costituite o partecipate da avvocati con altri liberi professionisti, individuati ai sensi del presente regolamento”. Per completezza, bisogna  ricordare che anche i professionisti appartenenti alle professioni non organizzate in ordini o collegi di cui alla L. 14 gennaio 2013, n. 4 possono esercitare la professione in forma associata, societaria e cooperativa (art. 1, c. 5, Legge citata). Non sembra, tuttavia, che a detti professionisti possano essere estese le disposizioni della L. 183/2011 e del relativo regolamento, applicabili esclusivamente alle “attività regolamentate nel sistema ordinistico” (art.10, c. 3, legge 183/2011).

Il Ministro della Giustizia, nella relazione allo schema di regolamento inviato al Consiglio di Stato, si è fatto carico di valutare la legittimità costituzionale delle norme che consentono l’esercizio in forma societaria dell’attività professionale giungendo alla conclusione della loro compatibilità con i principi costituzionali che regolano la materia (art. 33 Cost.).Secondo il Ministro, devono, infatti, essere tenuti distinti l’organizzazione dell’attività professionale, che può assumere anche forme associative e societarie ed il suo esercizio, che, invece, deve essere svolto esclusivamente e personalmente dal professionista abilitato, come prescrive  l’art. 33 della Costituzione.

Dunque, volendo mantenere valida questa distinzione, occorre tener presente che i due momenti sui quali la sinergia tra i professionisti si fonda, organizzativo e operativo, devono essere  omogenei, come si ricava  dal modello della società tra avvocati di cui al D.Lvo n. 96/2001, nel quale vi è perfetta convergenza tra struttura organizzativa e soci professionisti.

Ad oggi, lo sforzo legislativo è ancora in atto e mira a promuovere in maniera dettagliata la disciplina sulle associazioni di professionisti che trovano sostegno anche nell’associazionismo con il fine di perseguire argomenti multidisciplinari che non possono essere affrontati dal singolo professionista, ma solo attraverso  l’esperienza professionale di più esperti nelle singole discipline.

Sezione Distrettuale di Lecce

Alessandra Bisanti (Psicoterapeuta)

Carmen Nigro (Assistente Sociale)

Maria Grazia Mingolla  (Psicoterapeuta)

Angela Mastrandrea  (Psicoterapeuta)

Luca Barba  (Avvocato)

Maria Teresa Palmieri (Assistente Sociale)