Il padre che riconosce successivamente la figlia può anteporre il suo cognome

Così si è espressa la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 18161/19, depositata il 5 luglio.

 

Il caso. Il Tribunale di Tivoli accoglieva il ricorso di un padre avente ad oggetto la sostituzione del cognome della figlia mediante l’anteposizione del proprio a quello della madre. A seguito di ricorso di quest’ultima, la Corte d’Appello di Roma dava atto dell’intervenuto riconoscimento della piccola effettuato dal padre, e affidava la stessa ad entrambi i genitori con collocamento presso la madre, confermando il cognome della minore come deciso in sede di giudizio di primo grado.
La madre della minore propone, dunque, ricorso per cassazione, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 262 c.c., laddove prevede che il figlio debba assumere il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto, e contestando l’affermazione della Corte secondo la quale l’anteposizione del cognome corrisponderebbe all’interesse superiore della minore.

 

Il riconoscimento non contestuale dei genitori. La Suprema Corte dichiara i motivi prospettati dal ricorrente infondati, osservando come, in materia di attribuzione giudiziale del cognome al figlio nato fuori dal matrimonio e riconosciuto dai genitori non contestualmente, il giudice debba rifarsi all’interesse superiore del fanciullo al fine di evitare un danno alla sua personalità, appartenendo tale scelta alla sua discrezionalità e tenendo conto dell’ambiente in cui egli è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento. In tale prospettiva, il giudice è investito del potere-dovere di decidere su ciascuna delle possibilità delineate dall’art. 262 c.c..

 

La sostituzione del cognome. Affermato quanto sopra, gli Ermellini rilevano come, una volta esclusa l’importanza dell’anteriorità del riconoscimento materno, il Giudice di merito abbia optato, tra le possibilità previste dall’art. 262 c.c., per l’anteposizione del cognome paterno rispetto a quello materno, chiarendo che la finalità di tale scelta risiede nel non voler attribuire rilievo identitario al collocamento della piccola presso la madre e, dunque, al relativo contesto familiare.
In questo modo, il Giudice «ha voluto salvaguardare […] il valore della bigenitorialità e negare invece un rilievo al collocamento del minore affidato congiuntamente ad entrambi i genitori», consentendo al minore di rendere percepibile dall’esterno la filiazione da entrambi i genitori. In altre parole, l’anteposizione, anziché l’aggiunta, del cognome paterno ha lo scopo di tutelare il fanciullo da una raffigurazione, tanto interiore quanto esteriore, non paritaria del ruolo dei due genitori.
Per questi motivi, la Suprema Corte rigetta il ricorso della madre.

AVV. CARLO IOPPOLI – IDEATORE DEL TERMINE “FAMILIARISTI” E PRESIDENTE DEI FAMILIARISTI ITALIANI