Deborah Sciacquatori: una diversa lettura

Mi dispiace, ma devo esprimere una posizione profondamente diversa rispetto ad altri articoli, anche sul sito ANFI, che trattano il  caso di Deborah Sciacquatori.

Noto una generale empatia nei confronti della ragazza, un’analisi della vicenda molto di pancia ma non basata su solide fondamenta giuridiche.

Parto dall’ articolo https://www.zazoom.it/2020-05-28/uccise-il-padre-assolta-vorrei-che-mai-nessuno-passasse-quello-che-ho-passato-io/6686919/ che sostiene: “ha ucciso il padre per legittima difesa, colpendolo involontariamente“.

È utile ricordare le versioni che si sono succedute a partire dal maggio 2019:

1) Deborah Sciacquatori ha preso il padre a pugni, uno dei quali forse è stato fatale;

2) i pugni non sono stati fatali, forse il padre è morto sbattendo la testa mentre cadeva a terra a causa delle percosse ricevute;

3) nella colluttazione Deborah impugnava un coltello, forse il padre è morto per la coltellata alla nuca;

4) la ragazza tentava di difendere la madre e se stessa, anche se la dinamica del delitto (vittima uccisa con un colpo alla nuca) è tipica di un soggetto che si gira dando le spalle all’assalitrice, nel tentativo di proteggersi da percosse e coltellate;

5) caso archiviato per legittima difesa, Deborah ha colpito il padre involontariamente.

A pugni e coltellate, ma involontariamente.

Ancora non è emersa una ulteriore versione, quella secondo la quale è stato il padre ad aggredire la figlia sferrando testate all’indietro, ma per una tragica fatalità ha colpito con la nuca proprio la mano che impugnava il coltello.

Tanto Lorenzo Sciacquatori è morto.

Ormai si può dire qualunque cosa, un cadavere non può più smentire.

Da notare come l’articolo, e tanti altri che lo hanno preceduto a partire dal giorno successivo al delitto, si accanisce a scavare nel passato della vittima.

Il metamessaggio: se l’è cercata.

Lo stigma per la vittima. Come se per una donna vittima di stupro si andasse a scavare nel passato per vedere se avesse precedenti penali,  se usasse alcool e/o stupefacenti, se conducesse una vita dissoluta, se cambiasse partner con disinvoltura, se cercasse sesso sui siti di incontri … poi ci si chiedesse perchè era vestita in modo provocante, perchè era vistosamente truccata, perchè girava da sola di notte.

Nulla, ma proprio nulla può costituire un’attenuante per uno stupro, nemmeno se la vittima se ne va in giro sventolando la biancheria intima. Chiaro?

Uno stupro non è mai giustificabile, mai, nemmeno se la vittima per mestiere fa sesso a pagamento.

Non è ammissibile questionare sul comportamento di una vittima con l’effetto di affievolire in qualche modo la colpa del criminale.

Solo però quando la vittima è una donna.

Quando invece è un uomo si può, anzi, si deve.

Nella campagna mediatica pro-Deborah, prima ancora che nella sentenza, noto una deriva profondamente sessista; quel sessismo antimaschile legittimato perchè politically correct.

 

Solidarietà all’assassina, biasimo per il morto. È questa la costante che si può riscontrare in tanti articoli di cui questo è solo un esempio: “Pugni contro la porta, terrore, paura, senso di oppressione: nessuna via di fuga. Queste probabilmente le sensazioni orribili e totali che hanno scosso le vite della giovane ventenne Deborah Sciacquatori ,nella morsa soffocante della violenza”.

Probabilmente, forse, chissà … non c’è lo straccio di una prova che le cose siano andate così, ma conviene insinuarlo. E poi la solita mania di passare al setaccio la vita della vittima per cercare qualcosa che possa giustificare la soppressione della sua vita, quindi la giustificazione-regina per Debora, che “ha dovuto ergersi a giustiziera”.

Non è vero, non ha dovuto, è stata una scelta quella di non utilizzare gli strumenti previsti dalla legge. Avrebbero avuto – tutte le vittime dell’orco – migliaia di occasioni, ogni giorno per cinque lunghi anni, per far emergere una situazione divenuta talmente insopportabile da esitare in omicidio.

È falso che non esistano alternative, la soppressione di una vita non è mai l’unica soluzione possibile neanche in contesti di prolungate vessazioni.

Prova ne sia che in altri casi analoghi la valutazione della magistratura è stata molto diversa.

https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/01/29/news/uccise_il_marito_a_coltellate_dopo_una_vita_di_violenze_dimezzata_la_pena_in_corte_d_assise_d_appello-247096340/

Vistose le analogie col caso Sciacquatori, il marito la picchiava, beveva, la segregava in casa. “L’omicidio sarebbe avvenuto dopo che la donna aveva assistito a un’esplosione di violenza del marito nei confronti del figlio, un ragazzo fragile e indifeso che la madre ha sempre cercato di tutelare”.

Anche in questo caso compare l’elemento della difesa non solo per se stessa ma anche per altri familiari, nella fattispecie un minore. Un caso quindi persino più drammatico rispetto al caso Sciacquatori perché violenze ed oppressioni duravano da 25 anni, aggravate anche dagli insulti razziali; eppure l’assassina è stata condannata a 30 anni in primo grado ridotti a 16 in Corte d’Appello.

Qual’ è il principio giuridico che giustifica una tale macroscopica asimmetria di valutazione?

La donna dei fatti di Torino è mozambicana, non voglio pensare che sia questo il motivo.

Indulgenza a Monterotondo ed accanimento giustizialista a Torino, perchè?

 

Mi illudevo che un omicidio non fosse mai giustificabile, nessun omicidio, invece pare che tutto sia giustificabile in base a chi uccide chi.

Credevo che togliere la vita ad una persona non potesse essere legittimato da nessuna violenza, reale o presunta, subita negli anni precedenti o temuta per gli anni futuri.

In uno Stato di Diritto per difendersi dalla violenza esistono le forze dell’ordine, non la vendetta fai-da-te.

Negozianti ed imprenditori taglieggiati da mafia e camorra, sarebbero legittimati se ammazzassero a coltellate i picciotti che vanno a riscuotere il pizzo? Potrebbe essere invocata la legittima difesa dalla violenza soverchiante della malavita organizzata? È gente che ragiona con lupara e dinamite, brucia negozi e cantieri, minaccia tutti i parenti senza esclusione per bambine e bambini.

Non stiamo parlando di maltrattamenti in famiglia, quella mafiosa è violenza atroce e spietata che riempie i cimiteri; o almeno li riempie quando i cadaveri si trovano e non vengono gettati in pasto ai maiali, sciolti nell’acido o sepolti in una colata di cemento.

Però l’appello istituzionale è sempre “denunciate, denunciate, denunciate”, non può essere “armatevi e difendetevi da soli, colpite prima di essere colpiti”.

Nella vicenda di Monterotondo gli inquirenti si sono precipitati a cercare precedenti violenze agite dalla vittima , l’intento di assolvere Deborah è stato apertamente dichiarato prima ancora di avviare l’inchiesta.

Comunicato ufficiale della Procura di Tivoli “Per delineare la personalità dello Sciacquatori è necessario rappresentare che lo stesso era stato denunciato dalla compagna convivente per maltrattamenti nel maggio 2014. Successivamente i due avevano ripreso la convivenza e non risultano denunce per violenza ai danni della donna (da parte di questa, dei familiari o dei vicini) né richieste di intervento ai Carabinieri”.

Di più proprio non è stato possibile trovare.

Scavando nel passato della famiglia Sciacquatori emerge quindi una denuncia del 2014, mai esitata in pena detentiva, poi più nulla fino all’omicidio del 2019. Cinque anni senza una denuncia, un referto di pronto soccorso, una richiesta d’aiuto ad un CAV, una telefonata al numero antistalking, nulla di nulla, nemmeno una segnalazione ai carabinieri da parte dei vicini.

Poi l’omicidio narrato come inevitabile conseguenza di ininterrotte violenze quotidiane su tutte le donne di famiglia: suocera, moglie, figlia.

Il fatto che la povera ragazza si sia difesa dopo anni di maltrattamenti è’ un principio assurdo dal punto di vista logico prima ancora che giuridico. Anni di prevaricazioni, se fosse vero, si affrontano con la carta bollata, si devono affrontare con gli strumenti previsti dalla legge: denunce per percosse, lesioni, minacce, maltrattamenti in famiglia, atti persecutori, processi, condanne, ordini di protezione, allontanamento del soggetto violento, braccialetto elettronico, divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalle vittime ed anche la detenzione in carcere se il violento continua a trasgredire. Non solo, anche l’iter civile offre delle soluzioni per liberarsi dell’aguzzino:  istanza di separazione, assegnazione della casa familiare, diritto al mantenimento ed allontanamento del coniuge violento.
Sotto il profilo sia civile che penale possono essere fatti una lunga serie di passi dei quali nel caso di Monterotondo non c’è traccia.

Se fosse vera la serie infinita di aggressioni quotidiane, perché non denunciare mai nulla, perché non chiedere alcuna forma di aiuto?

Non parliamo di qualche settimana, la narrazione vorrebbe sostenere anni ed anni di violenze inenarrabili.

A cosa servono i fondi per finanziare le case-rifugio, la rete dei centri antiviolenza, il numero antiviolenza 1522, i commissariati di PS, le caserme dei CC, il codice rosa in ospedale e il codice rosso in Procura?

Farsi giustizia da sé scavalcando la magistratura, a mio parere, non è giustificabile.

Potrebbero essere valutate tutte le attenuanti per arrivare ad una pena mite, anche al di sotto del limite per la detenzione in carcere così Deborah non avrebbe scontato neanche un giorno in cella, ma l’archiviazione con conseguente impunità è inconcepibile.

Così si crea un precedente pericoloso, il metamessaggio è “ammazzate pure, tanto non vi succederà niente”

Quello era il Far West, da uno Stato di Diritto è lecito attendersi altre tutele.

Questo è il mio pensiero, ma a quanto pare giornalisti, parlamentari, opinionisti e soprattutto magistrati sono di diverso avviso.

C’è un’indulgenza particolare in alcuni casi, in altri no; alla faccia della certezza del Diritto.

A Monterotondo la colpa è del morto, non di chi l’ha ammazzato.

Per fortuna, mia e di altri, non faccio il magistrato.

Fabio Nestola – Presidente FENBI (Federazione Nazionale per la Bigenitorialità)